GARAGE ITALIA DIVENTA ANCHE GALLERIA D’ARTE

Di Gianna Ganis

L’inaugurazione dello spazio Garage Italia, ultima operazione imprenditoriale di Lapo Elkann per il quale sono stati necessari tre anni di ristrutturazione per riportare agli antichi splendori la stazione di servizio Agip di viale Certosa a Milano, mi dà l’occasione per riproporre un aspetto riconducibile e classificabile sulla scia delle esperienze delle città sociali ad opera di un’imprenditoria illuminata e visionaria del dopoguerra. Siamo negli anni Cinquanta, all’alba della motorizzazione di massa, e le forme aerodinamiche di quella stazione di servizio rappresentano la spinta per quello slancio dell’Italia del dopoguerra che diventerà boom nel decennio successivo. Commissionata dall’allora presidente ENI Enrico Mattei all’architetto Mario Bacciocchi, la realizzazione delle stazioni di servizio rientrava quale parte di una strategia promozionale che contraddistinse tutte le attività di Enrico Mattei, fra le quali anche la creazione del “cane a sei zampe” e del Supercortemaggiore, noti marchi Agip.

Aspetti e motivazioni assai differenti da quelli che avevano spinto Adriano Olivetti a realizzare i suoi insediamenti operai, furono alla base della nascita di METANOPOLI città del gas, sorta alle porte di Milano voluta da Mattei. Nel 1952 l’Eni acquistò 350 ettari dal comune di San Donato Milanese per costruirvi un grande centro direzionale, una vera e propria stazione operativa dell’ente statale dotata di un centro industriale, laboratori di ricerca, complessi residenziali, una chiesa, un centro sportivo e altro ancora. L’architetto Mario Bacciocchi e lo Studio BR (Bacigalupo e Ratti) disegnarono la forma iniziale della nuova città; successivamente vennero chiamati anche altri architetti come Nizzoli e Oliveri o Gardella. I grattacieli vetrati dei palazzi uffici si innalzarono sulla pianura padana come sfilata architettonica, creando in tal modo un marchio architettonico dell’Eni. Metanopoli, con il suo insediamento e i suoi servizi sociali, non rappresentò tanto l’espressione di un filantropismo alla Olivetti, ma costituì piuttosto una delle ruote dentate della grande macchina strategica dell’Eni, in cui rientravano anche precise mosse di mercato. L’intero organismo fu naturalmente diretto dalla sola figura di Enrico Mattei e finalizzato esclusivamente a un migliore funzionamento dell’azienda. Dal punto di vista delle iniziative di welfare e di architettura di qualità, Mattei perseguendo la sua visione di comunità aziendale, fece realizzare Il Villaggio Eni di Borca di Cadore che nacque come villaggio turistico per ospitare esclusivamente i dipendenti dell’Eni ad ognuno dei quali, spettava la possibilità di soggiornarvi. Elevati standard architettonici, servizi accessibili a tutti, nessuna distinzione gerarchica (le villette venivano assegnate tramite sorteggio) gli conferiscono il nome di “Villaggio Sociale ENI”. Questo si sviluppò su progetto dell’arch. Gellner il quale operò su ogni singolo aspetto del Villaggio dall’urbanistica al design, dalla sistemazione delle strade, alla piantumazione degli alberi, alla progettazione degli arredi.

Non da ultimo e secondo le modalità di comunicazione e fidelizzazione dell’epoca, gli aspetti culturali nella visione complessiva dell’impresa, videro la pubblicazione di una rivista aziendale, Il Gatto Selvatico ideata dal poeta Attilio Bertolucci “Il punto di incontro per tutti coloro che fanno parte della grande famiglia del gruppo Eni” secondo Mattei, sulle cui pagine vennero pubblicati autori, quali Natalia Ginzburg, Goffredo Parise, Manzoni e Gadda.

Tornando a Garage Italia potremmo definire l’operazione come una mossa che ha messo insieme autori di uno stile italiano eccentrico, poliedrico e mediatico agendo su leve care agli italiani: design, cibo e automobili. Comprende infatti la rivisitazione dell’architetto Michele De Lucchi dei 1700 metri quadri della struttura, prototipo riconosciuto e riconoscibile delle allora pompe di benzina dell’Ente Nazionale Idrocarburi, professionista che ha creato uno spazio di condivisione di interessi e passioni, un’architettura razionale ma di pancia che ben si abbina a una ristorazione anch’essa customizzata curata dallo chef Cracco e infine, come recente entrata a quella del supergallerista-art dealer Larry Gagosian per il quale l’arte contemporanea s’inserisce perfettamente negli obiettivi dello spazio tanto da presentare in loco una mostra di Thurman fino al 17 maggio.

Motion, arte e style in un unico hub creativo in cui creatività, design, buona cucina si intrecciano nello sviluppo di progetti automotive creati su misura per aziende, privati, clienti. I rimandi alle auto e ai mezzi di locomozione sono molteplici, dai modellini al soffitto alla sagoma del muso della Ferrari 250 GTO, una delle più belle auto di tutti i tempi, ai bagni in stile Riva Aquarama, altra icona raffinata del mare, ai nomi dei piatti. Il gioco della velocità e del mito a quattroruote è infatti ripreso anche nel menu messo a punto da Carlo Cracco.

Un’ultima riflessione che coniuga politiche del passato e iniziative contemporanee: le tracce lasciate da uomini che creavano imprese in grado di connettere la crescita aziendale con lo sviluppo sociale e culturale dei lavoratori e dell’ambiente anche architettonico in cui operavano, e che oggi definiremmo operazioni di Responsabilità sociale dell’impresa, risultano essere andati oltre la legittima ricerca del profitto, lasciando in eredità  non monumenti a sé stessi ma  esempi da rivalorizzare portatori di ispirazione  per nuove iniziative, anche come questa.

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